Sassari - Talk di Sabato
Sassari - Talk di Sabato

Sul palco di Piazza Italia, a Sassari si è tenuta la seconda serata del Grande Viaggio Insieme Conad, talk show guidato dalla giornalista Federica De Sanctis.

Dopo l’apertura musicale del maestro Vessicchio e dei suoi solisti un “fuoriprogramma” sul palco: una storia toccante, quella che sta vivendo Paolo Palumbo, un giovane di Oristano affetto da una rara forma di Sla giovanile, riscontratagli presso l’ospedale di Nuoro all’età di 17 anni. “E’ una storia” ha raccontato lo chef Luigi Pomata “nata per amicizia: io e Paolo eravamo amici da quando lui aveva 14-15 anni, il suo sogno era quello di fare il cuoco, di entrare nella scuola di Gualtiero Marchesi, tant’è che ha dovuto malmenare un suo insegnante per farsi espellere dalla scuola e correre a collaborare nel ristorante gestito dal padre a Porto Cervo”.

Sul palco, aiutato dal fratello Antonio, che non lo perde di vista un attimo e che per stare vicino al fratello ha lasciato gli studi, fa la sua apparizione Paolo, sommerso dal caldo applauso di una piazza sensibile a questo tipo di disagio.
“Antonio e Luigi sono le mie braccia, le mie gambe. Il tonno di Luigi, poi, è il migliore che io abbia mai gustato” ci dice con voce flebile.

“Un giorno lo incontro e gli scorgo il tutore al braccio” ha continuato Pomata “Scommetto – gli ho domandato – che questa è una delle tue trovate. No, ho la Sla – mi ha risposto -, tutti i medici si sono messi a piangere quando me l’hanno diagnosticata, tranne io, che non posso permettermi di abbattermi. Io non voglio recarmi in America a curarmi, sono italiano, e mi voglio sottoporre alle terapie nel mio Paese” mi sono sentito rispondere con fermezza da Paolo.

E’ stato subito sviluppato un progetto per reperire le entrate per affrontare la malattia attraverso la pubblicazione di un libro: “Dalla mattina alla sera” ricorda Luigi “abbiamo trovato un editore, un fotografo e uno stampatore, destinato appunto a raccogliere fondi per la ricerca. Poi, in un secondo tempo, abbiamo pensato di “inventarci” dei braccialetti e di devolvere il ricavato, con quello della vendita al “Centro Nemo” di Milano, centro d’eccellenza per la cura della Sla. Abbiamo anche aperto un’hashtag, “Io sto con Paolo” subito diventato popolarissimo. Abbiamo incontrato Conad e Francesco Pugliese in occasione della presentazione del nostro libro, a Milano, e ricevemmo immediata collaborazione e sostegno”.

Il libro parla di sana alimentazione, di cucina etica: “Abbiamo studiato” ha precisato Paolo Pomata “che la maggior parte dei malati di Sla non riesce a deglutire il cibo, ma viene alimentata in modo non naturale e a base di farmaci. Abbiamo pensato quindi che un modo per ridare memoria e serenità a queste persone fosse di restituire loro i sapori ed i gusti dei cibi che conoscevano. La soluzione è stata un tampone, che riporta, sintetizzati in cucina, i gusti originali degli alimenti. Con Paolo fu amore per il gambero, l’ostrica e la torta di mele”.

L’a.d. Conad Francesco Pugliese, rievoca il giorno in cui a Milano ha conosciuto Paolo e la sua storia: “Ho cercato di infondergli coraggio, gli ho detto che la vita è fatta di sapori, abbiamo contribuito al progetto prendendo un certo numero dei suoi libri. Dobbiamo tendere la mano a chi è più sfortunato di noi, se vogliamo che la comunità in cui viviamo migliori. In Italia sono più di 200 mila gli ammalati di Sla, dobbiamo tutti – rivolgendosi alla piazza – contribuire alla ricerca comprando un libro o un braccialetto”.

Luigi Pomata: “Paolo ha una forza d’animo inarrendevole, che ti incoraggia a vivere, e che regala alla sua famiglia ed ai suoi tanti amici. Il grande sogno di Paolo è quello di aprire un ristorante assieme a me perché la sua grande passione è la cucina, però, intesa in modo sperimentale e creativo”.


L’ospite del talk-show di questa 4^ tappa Sassarese è chi nel basket ha vinto in questa città tutto quello che c’era da vincere: coach Romeo, “Meo”, Sacchetti.
Nato ad Altamura di Bari il 20 agosto 1953, ala nel ruolo di giocatore, prossimo a diventare nonno tra qualche settimana, ieri il coach ha ufficializzato la notizia di guidare la prossima stagione Cremona, in A2.

“Essere qui, per me” ha detto “è come tornare a casa. Per anni, il basket sassarese è stato un qualcosa di davvero grande. A Cremona non prenderò più il sole come a Sassari e nella mia Altamura, ma, spero di incontrare la metà del successo che ho avuto con la vostra città. Che dovrebbe essere migliorata a livello di infrastrutture (qualche areo in più, qualche strada in più). I miei primi mesi a Sassari sono stati un po’ difficili perché dovevo farmi conoscere a un pubblico che ti dà confidenza solo se la meriti. Poi, una volta fattomi apprezzare, è difficile dimenticare una terra e una comunità così affettuosa”.

“Verissimo!” ha incalzato l’ad Pugliese “Sassari, meglio, la Sardegna, è una Nazione a sé, una terra particolarissima. Non è vero che è chiusa in se stessa: è la più accogliente che io abbia incontrato nei miei viaggi in Italia. L’ho conosciuta da ragazzo questa terra, quando in estate mi finanziavo la vacanza facendo immersioni, a caccia di pesce fresco, da proporre ai ristoranti in una sorta di baratto. Il problema è un altro: è che l’Italia non sente vicine a sé le Regioni, non la Sardegna in particolare. Non si possono violentare luoghi incantevoli come Porto Torres con il petrolchimico, stravolgendo un territorio che ha vissuto per secoli di turismo ed agricoltura nell’entroterra. Sono paesaggi unici al mondo. Però, è anche vero che non bisogna piangersi addosso, ma bisogna trovare le soluzioni – e ce ne sono – per uscire e ripartire con l’economia alla grande, rimettendo in moto le imprese al fine di mostrare il grande senso di identità che quest’isola ha sempre avuto e che non ha mai dimenticato”.

Tornando a Sacchetti, il basket per il nuovo coach di Cremona “aiuta a metabolizzare le sconfitte e a farti apprezzare le soddisfazioni delle vittorie”.

Ed ancora: “Sono stato un giocatore che ha cercato sempre di aiutare i propri compagni di squadra, a migliorare le loro prestazioni. Non mi sono mai sentito un campione, i grandi campioni sono altri, Meneghin, Marzorati. Io ci ho sempre messo la stessa passione che ancora oggi mi anima, ma, non parlatemi di stress da basket perché i veri problemi della vita sono ben altri! E’ un gioco, in fondo, che va preso, sì con professionalità ma non come una cosa da vita o morte”.
“I grandi campioni sono quelli” ha detto Pugliese “che fanno vincere una partita. I giocatori fondamentali sono quelli che fanno vincere il campionato. La stessa cosa vale in un’azienda: bisogna essere capaci di mettere insieme valori che possono essere differenti. Lo stress è la carica di adrenalina che ti permette di superare l’asticella che ti sei posto nella vita. Nella vita, nel lavoro, in famiglia e nello sport di squadra, dovremmo essere guidati da 3 valori: coraggio, competenza e lealtà”.

“La lealtà dei miei più stretti collaboratori” ha confermato Sacchetti “è il valore aggiunto del mio lavoro, e la fame conta tantissimo per vincere. E io di fame ne ho sempre avuta tantissima. Sono soddisfatto di quello che sono riuscito a fare, anche se la vita non mi ha regalato mai niente. Esistono due tipi di fame: quella di vincere lo scudetto, di partecipare alle Olimpiadi, di giocare nell’NBA, ma, tra quelli che hanno fame poi, dobbiamo anche annoverare (purtroppo) quelli che hanno solo il “focus” del conto in banca, che vogliono guadagnare di più senza pensare a migliorare”.

Ed ecco i consigli destinati ai giovani da parte dei personaggi saliti sul palco.
Pugliese: “Il lavoro deve sempre giustificare 3 cose: imparare a migliorarsi, l’ambiente e i soldi. A 58 anni, ho mutato queste 3 priorità, mettendo al primo posto la voglia di intraprendere cose nuove, l’ambiente al secondo e lasciando per ultimo il guadagno, perché quello si pensa che tu l’abbia già raggiunto. Bisogna avere fame per tutta la vita, in buona sostanza”.
Sempre in riferimento ai giovani: “Le giovani donne, nei colloqui che teniamo alla Conad, sono generalmente migliori perché hanno più fami dei maschi. Non sono mammone, ma, forse per rivalsa, vogliono arrivare rispetto ai loro colleghi maschi”.
E un pensiero ai genitori: “Prima dei diritti bisogna anteporre i doveri e noi genitori sbagliamo quando non vogliamo far passare ai nostri figli i sacrifici, le difficoltà che abbiamo dovuto superare noi”.

Per Sacchetti i genitori devono dare una mano ai figli a crescere: “Siamo importanti per loro, non bisogna lasciarli emigrare, le nostre giovani energie devono rimanere nel territorio. Sono loro il nostro futuro. Occorre che accettino lavori magari che non piacciono subito, ma che servono a farsi la gavetta”.

Il cibo e il basket inteso da “Meo” Sacchetti: “In trasferta il controllo sull’alimentazione è più stretto perché siamo noi a prescrivere cosa gli altleti devono mangiare. Al contrario, quando si gioca in casa, non hai la possibilità di verificare di cosa i nostri atleti si alimentino. Mi piace cucinare, il mio piatto è il riso alla Guinness. Quando sono qui, a Sassari, o ad Alghero, dove vivo da anni, il mio piatto preferito sono gli spaghetti ai ricci di mare”.

Per Pugliese, invece, va bene tutto ciò che è pesce: “Cucinato in tutte le maniere perché mi porto dietro tutta la mia tradizione, il mio vissuto. La cucina non è solo sapori, ma creatività”.